EDITORIALE JUVENTUS 

Platini ha perso la corona, ma ha ritrovato Michel di Marco Bernardini

E’ stato Le Roi con addosso la maglia numero 10. Poi, per libera scelta, anziché dedicarsi alla preservazione e alla difesa di quel “mito” che era riuscito a cucirsi addosso con indiscutibile merito decise di entrare nel Club dei Padroni del Calcio. Una scelta “politica” sostenuta dalla garanzia della sua immagine di cavaliere senza macchia e senza paura nata sui campi di gioco. Non essendo un ingenuo sapeva perfettamente a che cosa sarebbe andato incontro e quali ostacoli avrebbe dovuto superare per riuscire a realizzare, almeno in parte, il suo progetto mirato alla “rivoluzione” etica e pratica di un sistema apparentemente onesto per quel che poteva ma, in realtà, oscuro e fangoso nella misura in cui erano discutibili e ambigui i padroni del vapore.

Per Michel Platini, ancora Le Roi, la trappola mortale scattò inesorabilmente nel momento in cui la sua scalata verso il vertice del Palazzo appariva come un’impresa destinata al successo con il defenestramento dell’inquietante Blatter il quale avrebbe dovuto far posto all’ex campione francese sulla poltrona più importante della Fifa. Il Grande Vecchio non sopportando l’idea di vedersi estromesso a beneficio del suo “allievo” si comportò per la serie biblica “muoia Sansone con tutti i Filistei”. Michel Platini rimase sepolto da quella macerie e il suo nome, insieme con la sua fama, finì nel libro nero scritto dai manichei del calcio per i quali da una parte esistono i buoni e dall’altra i cattivi senza alcuna possibilità di confusione.

Ora Michel Platini è riemerso da quel fondale buio nel quale era rimasto incastrato e nel quale pareva essere destinato sino a futura memoria. E’ tornato a galleggiare sulla superficie posizionato sulla zattera di salvataggio che, con lenta gradualità, la Giustizia gli ha lanciato dopo aver analizzato con attenzione tutte le motivazioni a discolpa che lo stesso ex presidente dell’Uefa aveva presentato per difendersi da accuse assortite e tutte infamanti. Platini ha già vinto almeno due battaglie e l’impressione è che alla fine vincerà anche la guerra consentendo al suo nome di tornare ad essere pronunciato con il dovuto rispetto.

Francamente credo che nessuno potrà mai sapere con assoluta certezza ciò che vi sia di vero o di taroccato in questa vicenda comunque imbarazzante. Di certo è netta l’impressione che Platini sia stato, allo stesso tempo, vittima e carnefice di se stesso peccando sia di narcisismo e sia di ingenuità nel corso degli anni trascorsi a Palazzo in cattiva compagnia. Nessuno, in ogni caso, può o deve dimenticare che per le tante cose “non fatte” dal suo ideatore alcune sono perfettamente riuscite come il fair play finanziario e come l’abbattimento almeno istituzionale delle barriere razziste del calcio. Probabilmente se non fosse stato ghigliottinato prima Platini avrebbe portato a compimento altri progetti utili al movimento anche se, inglobato e ormai metabolizzato dal Potere, avrebbe rischiato di perdere il senso della misura facendo poi la fine miseranda e definitiva del suo predecessore.

Al contrario, Michel Platini oggi si ripresenta senza più la corona in testa, ma con in mano tutti i bonus che gli permisero quando era giocatore di guadagnarsi i “gradi” di persona intelligente, magari un po’ troppo arrogante come tutti i francesi, ma di assoluto spessore umano oltreché calcistico. Una “catarsi”, la sua, che lo spinge oggi ad ammettere di aver ritrovato quella parte di se stesso la quale si era addormentata prima che su di lui si scatenasse l’inferno. In una immagine, insomma, dalle ceneri del Platini “politico” è risorto prima il ragazzino “Petit Michel” figlio di un muratore piemontese che a Nancy tirava nella porta difesa dal suo pastore tedesco addestrato e poi l’uomo, marito e padre “Michel” che lui aveva lasciato indietro per rincorrere il fantasma del potere. Un finale, in agrodolce, che fa tenerezza.Marco Bernanrdini

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