EDITORIALE JUVENTUS 

ORA LA JUVENTUS DEVE DENUNCIARE di Marcello Chirico

Caro Presidente Andrea Agnelli, c’è un solo modo per evitare che il nome della Juventus venga infangato: procedere per vie legali, con chiunque si permette di farlo. E sono in tanti.

La trasmissione Report di Rai 3 è solo l’ultima della serie. E, da quanto pare di capire, non ha ancora spento le macchine, perché l’ultima parola – in Italia – pretendono di averla sempre coloro che accusano, anche di fronte a fatti acclarati. Hanno sempre qualcosa in più, posseggono prove di cui nemmeno la Magistratura e gli inquirenti che hanno condotto le indagini sono in possesso. E il “sentimento popolare” si orienta a secondo di cosa gli viene propinato.
Non ho nulla di personale contro Sigfrido Ranucci e i colleghi di Report, anzi, ritengo che il loro giornalismo d’inchiesta abbia spesso contribuito a fare chiarezza su tante vicende, come accaduto nell’ultima puntata proprio sul mondo ultrà juventino, con dovizia di particolari e notizie. E quello non è fango, ma giornalismo autentico.
Quando però insisti nel volere in ogni modo cercare di tirare dentro a quel marciume la società Juventus, dopo aver addirittura dovuto ammettere che la medesima è dotata di robusti anticorpi in grado di evitare infiltrazioni mafiose al proprio interno, dal giornalismo si passa – in automatico- alla persecuzione mirata.
Il tutto corredato, ovviamente, dalla solita premessa: “noi non ce l’abbiamo mica con la Juve”. E allora, perché non allargare l’inchiesta anche ad altre società di calcio, visto che Report è in possesso di un documento della commissione antimafia, mostrato dallo stesso Ranucci in tv, nel quale si dice appunto che in tante curve dei nostri stadi si verifica quanto scoperto a Torino attraverso l’indagine “Alto Piemonte”? Mistero.

Si preferisce, al contrario, insistere sulla Juve, con la certezza di incassare uno share molto alto, soprattutto se per un mese hai bombardato preventivamente l’etere e il web dicendo di essere in possesso di documenti straordinari e inediti, rivelatisi poi aria fritta per chi la vicenda aveva avuto modo di seguirla già tempo fa.
Comprensibile e giusta la reazione di Agnelli, il quale ha tenuto a chiarire ai propri azionisti – durante l’ultima assemblea – che, dopo l’inchiesta giudiziaria di cui sopra e le multe ricevute dalla Federazione, il club non ha più venduto scorte intere di biglietti alle tifoserie ultrà, ma si è scrupolosamente attenuta alle disposizioni di legge. Infatti non è casuale lo sciopero a oltranza della curva, partito all’inizio della stagione e ancora in essere.
Avrebbe dovuto attenersi anche prima? Certo, ma Report stesso ha tratteggiato bene i profili dei personaggi coi quali la società ha avuto a che fare , e descritto altrettanto bene i ricatti a cui era sottoposta. Con la Digos al corrente di tutto e lo Stato silente.
Nella sua inchiesta, Report ha mostrato pure che il bagarinaggio dei biglietti Juve prosegue come prima, e si domandava il perché: si rivolga alle autorità preposte, visto che – come ha sottolineato proprio Ranucci – al Viminale sanno.
Agnelli ha tenuto a chiarire pure la storia del famoso striscione introdotto di nascosto, niente meno che dall’addetto alla sicurezza Juve, durante il derby di febbraio 2014: non era quello immondo su Superga, i cui autori vennero poi individuati e consegnati alla giustizia. Esistono prove e sentenze, il resto sono solo falsità.
Report sostiene però che non è così, e quindi adesso il presidente del Torino Cairo – sobillato dai propri tifosi – pretende chiarimenti e scuse. Nonostante quest’ultime gli vennero fatte il giorno stesso di quel derby proprio da Agnelli. Tutto vano, tutto già dimenticato, perché ora vale la versione di Report.
Una trasmissione tv, per tanti (troppi), ha un credito superiore a quanto accertato prima da un’inchiesta, e da una sentenza della Magistratura poi. Carta straccia, vuoi mettere con le illazioni di Report, che con Ranucci ha già minacciato vendetta nella prossima puntata? E tutti dietro, con la bava alla bocca, sperando che Sigfrido colpisca duro il drago bianconero. Un giacobinismo antijuventino mai visto.
I tifosi del Toro, offesi, pretendono persino che, d’ora in poi, ai derby non venga permesso l’accesso allo stadio Grande Torino alla dirigenza juventina. Una richiesta che arriva, paradossalmente, da chi prese a calci, pugni, sputi e sprangate il pullman della Juve prima di un derby nel loro stadio, e che mostrò in numerose stracittadine striscioni inneggianti ai morti dell’Heysel. Memoria corta.
Potevano poi mancare quelli che “Agnelli cita sentenze, lui che con la sua società non rispetta quelle di Calciopoli”. Ovviamente, sono sbucati fuori pure loro. Gli va ricordato che la Juventus ha rispettato eccome le sentenze, anzi fece addirittura di più: col proprio avvocato Zaccone chiese la Serie B, e ci andò, con tanto di penalizzazione.
Quanto ai 36 scudetti, Agnelli ha semplicemente ribadito il solito concetto: in casa propria, ognuno espone i quadri che preferisce. E nemmeno la Federazione può impedirglielo, come ammesso dal suo stesso neo-presidente Gravina.
Così come qualcuno, a Milano, si cuciva sulla maglia la patch della “squadra più titolata al mondo” senza esserlo, e qualcun altro, sempre nel capoluogo meneghino, professa da sempre la propria assoluta onestà ma rifiuta di non avvalersi della prescrizione per quanto attiene le accuse federali di illecito per articoli 1 e 6 del codice di giustizia sportiva.
Però, sia chiaro, gli scorretti risiedono solo ed esclusivamente alla Continassa.

In attesa delle nuove bordate di Report, resta valido quanto consigliato all’inizio: allertare i propri legali, e procedere.
“À la guerre comme à la guerre”, caro Presidente. Visto che pure lei  parecchio scocciato, l’ora di esigere maggiore rispetto è giunta.

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