CALCIO JUVENTUS 

LA SUPERLEGA,ANDREA AGNELLI E I DISASTRI DI FIFA E UEFA di Antonio Pesca

Giocare senza tifosi è come ballare senza musica. Perché il calcio è l’unica religione che non conosce atei. Queste sono alcune delle tante parole che Eduardo Galeano, uno dei più autorevoli e apprezzati scrittori sudamericani, usava per descrivere lo sport più amato sul nostro pianeta. Una storia lunga, quello del Football, iniziata ancora prima che il ventesimo secolo venisse alla luce. Furono gli inglesi i pionieri di questo nuovo sport che, come una “malattia”, si propagò attraverso i cinque continenti. I “contagiati”, dal “virus” chiamato calcio, cominciarono a frequentarlo sia sui rettangoli verdi che sugli spalti. Ovviamente la tensione agonistica, e il tifo, che provocava la frequentazione di tale sport, cominciò a dilagare. E questo successe anche in Italia. Da noi i campanilismi, esistenti tra le diverse città, erano già note fin dal medioevo. Solo che con il calcio tale rivalità si trasferiva su di un campo verde dove due squadre, rappresentate da undici giocatori che indossavano la stessa maglia, erano pronti a darsi battaglia per portare a casa la vittoria. La vulgata delle prime federazioni nazionali, che ne regolamentava il gioco, aveva imposto che nessun giocatore potesse ricevere compensi per le proprie prestazioni. Insomma, il football nostrano doveva essere uno sport amatoriale da giocare senza soldi. Ma ben presto ci si rese conto che il calcio di queste origini avrebbe avuto vita breve. Fu grazie agli interventi, di alcuni capitani d’industria, che venne garantito un futuro per questa disciplina sportiva destinata a diventare lo sport nazionale. Il momento della svolta avvenne negli anni venti dello scorso secolo. Con la carta di Viareggio, del 1926, si aprì al professionismo, dopo il forte impulso che giunse dall’arrivo alla guida della società della Juventus di Edoardo Agnelli, figlio del fondatore della FIAT, Giovanni. Con il suo avvento iniziò una visione nuova della gestione della squadra di calcio che portò la stessa a vincere cinque titoli nazionali di fila e a far battere i cuori di milioni di tifosi in tutta la penisola. Il modello che realizzò, in seno alla squadra che diventerà la più titolata e amata d’Italia, fece da apri pista per altre società calcistiche ed ha rappresentato un esempio imitato dalle altre compagini. Insomma, si trattò di una “rivoluzione” che molti commentatori dell’epoca profetizzavano quale inizio della fine del calcio. Invece, si trattò della rivoluzione positiva dello sport più amato dagli italiani che ci ha riservato un posto d’onore nel panorama mondiale. Durante il “secolo breve”, come venne definito il novecento dallo storico britannico Eric Hobsbawm, gli avvenimenti e i cambiamenti, nel mondo, sono stati tanti e veloci. Trasformazioni che hanno coinvolto anche il pianeta calcio che è andato, nel corso del tempo, assumendo dimensioni planetarie. E il merito di tutto ciò lo si deve alla capacità e al coraggio di poche società calcistiche che hanno saputo creare dei nuovi modelli di gestione e immaginare delle competizioni agonistiche che attirassero e facessero divertire, sempre di più, gli amanti del calcio. Tra queste compagini, la Juventus occupa, da un secolo, un posto d’onore. Soprattutto in Italia, dove le nazionali hanno sempre attinto, dalla squadra piemontese, per imporsi dentro gli stadi di tutto il mondo. Infatti, le rappresentative nostrane che si fregiarono del titolo di campione del mondo, mandando in visibilio l’intero Paese, erano composte, per la metà, da giocatori che provenivano dalla formazione bianconera. Ovviamente, i tempi cambiano e le nuove esigenze, tanto economiche quanto televisive, rendono imminenti dei cambiamenti. In quest’ottica, dodici squadre di football europeo, tra le più blasonate, domenica scorsa erano uscite allo scoperto e avevano cercato di dar vita ad una Superlega in grado di far fronte ai tentennamenti e alle reticenze di innovazioni della Uefa. Un esperimento fallito, dopo pochi giorni, per il dietrofront delle sei società inglesi coinvolte in questo progetto. Un peso enorme, ad adottare tale decisione, l’ha avuta la posizione contraria arrivata dal Primo Ministro Britannico Boris Johnson intervenuto immediatamente a minacciare sanzioni. Una reazione dura, come quella avuta dal presidente della Uefa Cefarin che ha risposto usando espressioni dure, e offese di carattere personale, non certamente consone a chi ricopre quell’incarico.

 

 

Nel suo intervento, Cefarin si è anche appellato alla solidarietà e al calcio delle origini. Ed a tale invito ha ritenuto di aderire anche il massimo rappresentante della FIFA Gianni Infantino. Dimenticando, entrambi, che proprio la FIFA e la UEFA, in questi decenni, hanno adottato la linea del tappeto rosso steso davanti al Dio denaro. La prima mandando in pensione, qualche lustro fa, la Coppa dei Campioni, competizione che raggruppava tutte le vincitrici del campionato nazionale di qualsiasi Paese, per sostituirla con la Champions League dove a gareggiare sono tante formazioni di poche nazioni, anche se non avevano vinto i rispettivi campionati, mentre le squadre vincitrici dei campionati minori venivano esclusi. Ovviamente gli introiti, che lievitarono, dopo tale decisione, finirono soprattutto nelle casse della “Union of European Football Associations”, ovvero: “Unione delle federazioni calcistiche europee”. Per non parlare della FIFA – Federazione internazionale di calcio – che ha ceduto l’organizzazione dei campionati del mondo di calcio del 2022 al Qatar. Lo ha fatto poiché il Paese asiatico è povero economicamente e bisognoso di aiuto, oppure perché i soldi hanno avuto un peso decisivo? A proposito: come mai la voce dei due massimi organismi internazionale del calcio non è uscita, con altrettanto vigore, dopo le rivelazioni di alcuni giornali, come il The Guardian, secondo cui nel Paese situato nella penisola Arabica ci sarebbero tantissimi morti sul lavoro, si parla di migliaia per lo più immigrati, provocati dalla preparazione per tale manifestazione iridata? Ecco perché gli organismi, che gestiscono il calcio europeo e mondiale, non posso appellarsi ai valori tradizionali di uno sport da “Belle Époque”. Se il Dio denaro la fa da padrone, nel mondo del calcio, e le società sono a scopo di lucro, ogni imprenditore che investe in quel mondo ha il diritto di cercare le soluzioni migliori per le proprie casse. Tenuto conto che le stesse aziende sono i veri produttori dello spettacolo calcistico e che investono centinaia di milioni di euro per portarlo in scena. Diceva Stephen Hawking: “Siamo noi a creare la storia con la nostra osservazione e non la storia a creare noi.” Ed a questa categoria di persone, creatori di storia, appartengono coloro che hanno cercato di far nascere una Superlega capace di rispondere alle esigenze delle società di calcio dell’anno 2021, colpite dalla crisi della pandemia da coronavirus e dalla mancanza di iniziativa di chi amministra lo sport più diffuso al mondo. Ed a questo genere di individui fa parte il presidente Andrea Agnelli che amministra la formazione dai colori bianconeri da circa undici anni. Periodo nel quale si è arrivati a conquistare nove campionati di fila e tanti altri trofei. In altre nazioni, un record di nove titoli nazionali di fila susciterebbe ovazioni e riconoscimenti. Appunto, in altri Paesi ma non in Italia. In ogni caso; nonostante certi giudizi e prese di posizione, che arrivano dai soliti giornali degni della migliore tradizione della Pravda di Sovietica memoria in cui la parola d’ordine è colpire la Juventus, la storia si incaricherà di raccontare la verità e giudicherà ciò che è accaduto in questa penultima settimana del mese di aprile dell’anno duemila ventuno. Perché, come sempre, il tempo è galantuomo. Antonio Pesca

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